Torre Bisenzio: il buen retiro diventa impresa, cultura e comunità

In Umbria, la visione di Neena e Mike Rees – imprenditori globetrotter – ha dato vita a un progetto che fonde agricoltura rigenerativa, ospitalità di valore e responsabilità sociale. Un modello virtuoso.

In un’Italia dove troppo spesso i concetti di investimento e profitto si traducono nella ricerca di vantaggi fiscali, rendite speculative o nel mero inseguimento di una moda, c’è chi ha scelto un’altra strada. Neena e Mike Rees, coppia cosmopolita con una solida esperienza nel mondo bancario e culturale, hanno risposto al richiamo discreto dell’Umbria, decidendo di donarle tempo, energie e visione. Ciò che hanno costruito a Torre Bisenzio non è un semplice progetto agrivinicolo o un mero capriccio esotico, bensì un ecosistema dove si intrecciano impresa, cultura, ospitalità e rigenerazione territoriale. Un laboratorio di relazioni, dove l’imprenditorialità si fa responsabilità e la filantropia si radica nella terra e nella comunità.

Le radici di Torre Bisenzio
“L’origine è nella fusione di due percorsi molto diversi”, spiega Mike. “Io provengo da una lunga carriera nella finanza, 26 anni in Standard Chartered, con esperienze in Asia e Africa. Il motto della banca è ‘Here for Good‘, ossia essere presenti nei Paesi per far parte delle comunità. Questo ha influenzato profondamente i miei valori, insegnandomi a costruire relazioni, ascoltare e restituire”.

“La mia storia – racconta Neena – nasce da altrove. Sono nata alle Mauritius da genitori indiani e ho vissuto a lungo nel Regno Unito. Ho sempre avuto una grande curiosità per le lingue, le culture, l’architettura. Il desiderio di appartenenza è stato il seme da cui tutto ha preso forma”.

…da Singapore all’Umbria
“A un certo punto – racconta Mike – le nostre carriere ci stavano portando a Londra. Ci siamo resi conto che non era quello che volevamo e così abbiamo iniziato a guardare all’Italia. Abbiamo fatto molti viaggi da Singapore. L’Umbria ci ha attratti più della Toscana: meno turistica, più autentica, più silenziosa. Una terra vera, ancora non addomesticata, che chiede rispetto prima di concedersi.

“Cercavamo un casale – prosegue Neena – ma nessuno ci convinceva. Finché, in un freddo giorno d’inverno, scoprimmo una collina remota. La strada era impraticabile, ma quando vedemmo il panorama, capimmo che era il nostro posto. Un luogo che chiedeva molto, ma prometteva di più. “Era completamente in rovina, ma vidi subito il potenziale. Neena, per sicurezza, mi fece firmare un foglio…” scherza Mike.

“Volevamo creare qualcosa che ridonasse vita alla terra”, aggiunge Neena. “Abbiamo iniziato con molta fatica: vivevamo ancora a Singapore, io ero incinta, Mike viaggiava tra lì, Londra e l’Italia. Le prime stagioni sono state difficili, ma ogni passo ci avvicinava a un’idea di casa che coincideva con un’idea di responsabilità”.

Il rapporto con la comunità locale
“Inizialmente – osserva Mike – non abbiamo fatto abbastanza per unirci alla comunità, limitandoci a conoscere solo chi lavorava per noi. Poi abbiamo capito quanto fosse importante integrarci. Mangiare nei ristoranti locali, farci conoscere, partecipare. Da quel momento, è cambiato tutto”.

“Alcuni collaboratori – racconta Neena – vivono il ciclo del vino dall’inizio alla fine. Non è solo lavoro: è una narrazione collettiva, in cui vita personale e professionale crescono insieme”. “Autenticità, sostenibilità, qualità sono i nostri valori fondanti”, aggiunge Mike.

Abbiamo studiato la storia agricola del territorio, ci siamo messi nelle mani di esperti come Andrea Rosati, Francesco De Filippis, Adriano Zago. Ogni scelta è parte di un disegno più ampio. “Non venendo da questo mondo – spiega Neena – ci impegnamo per imparare, studiare, dare fiducia alle persone. E condividiamo tutto con il nostro team: ogni scelta, consulenza, cambiamento. La trasparenza genera partecipazione, e la partecipazione crea orgoglio”.

Innovazione e tradizione
“Abbiamo voluto introdurre anche tecnologia e innovazione in una terra molto legata alla tradizione. All’inizio c’è stato scetticismo – spiega Neena – ma poi i risultati si vedono. Chi lavora con noi impara, cresce, spesso sviluppa le proprie attività. La tecnologia non sostituisce, ma nobilita il lavoro.

“Non imponiamo mai qualcosa per principio – aggiunge Mike – se qualcosa non funziona, lo cambiamo, lavoriamo per migliorare, non per avere ragione. E quando sbagliamo, lo ammettiamo. Questo è il patto.

E lo stesso vale per le nostre etichette, che raccontano storie: del territorio, della nostra famiglia, della connessione tra locale e globale. Ogni bottiglia è un frammento di dialogo tra culture.

“E facciamo ospitalità seguendo lo stesso principio” aggiunge Neena. “Le persone tornano perché sentono l’autenticità, perché hanno vissuto una vera accoglienza. Non è una struttura da rivista: è una casa vissuta, costruita nel tempo, con le mani sporche di terra e il cuore aperto”.

Competenza e fiducia
“Per affrontare gli aspetti burocratici, ci siamo affidati ad advisor patrimoniali straordinari a Roma – racconta Mike – e poi a geometri, artigiani, amministratori locali. Come i nostri collaboratori, anche loro sono del territorio. C’è fiducia reciproca e nessuna relazione è solo professionale.

“Cerchiamo di essere presenti anche nei momenti di comunità – aggiunge Neena – organizziamo eventi con il Comune, vendemmiamo e cuciniamo insieme. La comunità è parte di Torre Bisenzio: non è retorica, è concretezza”.

Legacy: valore, non peso
“Le nostre figlie e figli – racconta Neena – vengono ogni anno con le loro famiglie, i bambini amano la vita in fattoria. È un luogo di libertà, scoperta, radici. Il più giovane sta imparando l’italiano. Gli ho chiesto: ‘Ti vedi qui in futuro?’ Mi ha risposto: ‘Sì’.

Ma serve visione imprenditoriale, oltre all’amore per il luogo. Non vogliamo lasciar loro un peso, ma una possibilità.

E il modello è replicabile? “Alla base di Torre Bisenzio non c’è una formula. Per creare qualcosa di simile occorrono anima, tempo, curiosità. Bisogna imparare, sbagliare, restare, mettere radici fisiche ed emotive. Solo così il territorio ti riconosce.

Avere un progetto non basta, occorre viverlo, conoscendo le persone e imparando la lingua. Senza ascolto non c’è comunità, solo consumo. Ma soprattutto, occorre allineare le proprie aspettative con le proprie ambizioni. Se si cerca un progetto che abbia senso, bisogna essere pronti a lasciarsi trasformare da ciò che si incontra”, concludono i coniugi Rees.